Plastica e ambiente
Sostenibilità e materiale di consumo da laboratorio
Gli articoli di consumo in plastica hanno reso il lavoro di laboratorio più efficiente e sicuro. Il loro impiego è ancora giustificabile dal punto di vista ecologico?
Come rendere più sostenibile il materiale di consumo da laboratorio?
Con tre leve: materiali riciclati e biosourced al posto della materia vergine, riutilizzo al posto del monouso dove la sterilità lo consente, e ripresa di frazioni monomateriale. Sono la sterilità e la protezione dalla contaminazione a fissare il limite, non la volontà.
Negli ultimi decenni gli articoli di consumo in plastica sono entrati nei laboratori e hanno reso il lavoro più efficiente e sicuro.
Gli articoli sono leggeri e presentano una buona resistenza alla rottura. Sono resistenti agli attacchi chimici. Esistono in tutte le forme e in tutti i colori. Inoltre sono relativamente economici.
Molti articoli da laboratorio in plastica vengono forniti sterili e offrono un’elevata sicurezza d’impiego.
Con la crescente preoccupazione per l’ambiente e il desiderio di evitare rifiuti, molte e molti laboratoristi si chiedono però se l’impiego di materiale di consumo in plastica sia ancora giustificabile sul piano ecologico.
Quantità ridotte, scarso ingresso nell’ambiente
Il dibattito sulle plastiche è nato dalle immagini di spiagge e acque invase dai rifiuti. Questa dispersione riguarda però quasi esclusivamente gli imballaggi di beni di consumo e avviene per il 97 % fuori dall’Europa.
Nel quadro complessivo, solo una piccola parte delle plastiche va nella produzione di materiale di consumo da laboratorio. Solo l’8,54 % delle applicazioni plastiche in Svizzera è destinato al settore medicale, che comprende anche il farmaceutico[1].
I rifiuti di laboratorio finiscono raramente nell’ambiente. Da anni chimica, farmaceutica e sanità gestiscono sistemi consolidati di gestione dei rifiuti.
Articoli monouso: impatto ambientale contenuto
Un gruppo di ricerca della Scuola universitaria professionale di Zurigo (ZHAW) ha realizzato un bilancio ecologico di 33 ospedali acuti svizzeri. Lo studio ha mostrato che l’impatto ambientale deriva principalmente dalla tecnica degli edifici, dall’approvvigionamento energetico e dalla ristorazione. Poco rilevanti sono risultati i dispositivi medici: rappresentano solo il 3 % dell’effetto climatico complessivo degli ospedali esaminati. Sorprendentemente contenuto è il peso dei materiali monouso[2].
Il monouso può essere più sostenibile del riutilizzabile
Uno studio LCA (Life Cycle Assessment) di GE Healthcare esamina l’impatto ambientale degli articoli monouso. Vi si confrontano gli effetti su clima, energia e acqua degli articoli monouso in plastica con quelli di prodotti riutilizzabili in materiali alternativi. Nella sintesi lo studio rileva che le tecnologie monouso hanno di norma un impatto ambientale minore rispetto ai tradizionali articoli in acciaio inossidabile impiegati nello studio come variante riutilizzabile.
I risultati possono però cambiare a seconda di dove si estraggono le materie prime e si producono gli articoli. Va considerata in particolare la sostenibilità del mix energetico nella rispettiva sede, così come le vie di trasporto necessarie fino al laboratorio[3].
Qui occorre una valutazione LCA caso per caso. Oltre agli aspetti ambientali vanno naturalmente considerati anche quelli logistici, di sicurezza e le possibilità operative.
Opzioni di fine vita
Di grande importanza sono le opzioni di fine vita degli articoli monouso. Quando possibile vanno mantenuti nel ciclo.
Riciclaggio meccanico
In questo processo gli articoli vengono preselezionati, triturati, lavati, essiccati, selezionati e infine estrusi in granuli di plastica. Durante l’estrusione avviene una degasazione. Per molti flussi di rifiuti è l’opzione di fine vita da preferire, soprattutto in presenza di frazioni poco contaminate e il più possibile monomateriale.
Riciclaggio chimico
In questi nuovi procedimenti le plastiche vengono scomposte nei loro monomeri per termolisi o solvolisi. I monomeri fungono da mattoni per nuove plastiche. Additivi, sostanze nocive e simili si lasciano escludere bene con questo procedimento. Le plastiche riciclate chimicamente sono identiche nella struttura al materiale vergine e si possono impiegare anche in ambito regolamentato.
Recupero energetico
Per i rifiuti contaminati chimicamente o biologicamente che non si lasciano riciclare è consigliabile la valorizzazione termica.
Con questa opzione di fine vita si può sfruttare l’entalpia contenuta nel sistema plastico, per esempio a scopo di riscaldamento (reti di teleriscaldamento). Un chilogrammo di polietilene ha un potere calorifico fino a 46 MJ/kg e si colloca quindi più in alto, per esempio, del carbone.
Protezione del clima e articoli monouso
Se il monouso o il riutilizzabile siano migliori per il clima può rispondere solo un LCA. Tendenzialmente vale: più sono onerose decontaminazione, pulizia, ricondizionamento e controllo qualità, più il bilancio penderà a favore del prodotto monouso.
Ciò che invece è certo: l’impiego di riciclati contribuisce in misura sostanziale alla protezione del clima. La produzione di un chilogrammo di polietilene genera 1,89 kg di CO₂ equivalente. La stessa quantità di plastica da riciclaggio chimico – un procedimento idoneo alle applicazioni di laboratorio – ne genera invece solo 0,45 kg[4]. Anche i prodotti da riciclaggio meccanico presentano un bilancio di CO₂ molto migliore rispetto a quelli in materiale vergine.
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Fonti
- [1] Quota delle applicazioni plastiche in Svizzera destinate al settore medicale e farmaceutico
- [2] ZHAW, bilancio ecologico di 33 ospedali acuti svizzeri
- [3] GE Healthcare, studio LCA su articoli monouso e riutilizzabili
- [4] Confronto CO₂ fra polietilene vergine e da riciclaggio chimico