Plastica e ambiente
Marine Litter – plastica negli oceani
Ogni anno tra 5 e 12,5 milioni di tonnellate di plastica raggiungono gli oceani dalle regioni costiere. Da dove viene questa plastica e quali soluzioni esistono?
Da dove proviene la plastica negli oceani?
Ogni anno 5-12,5 milioni di tonnellate di plastica raggiungono il mare dalle regioni costiere, più 0,075-1,1 milioni di tonnellate dalle zone interne e dalle navi. La causa principale è l'assenza di infrastrutture per i rifiuti, non il materiale in sé.
La plastica raggiunge gli oceani
Ogni anno tra 5 e 12,5 milioni di tonnellate di plastica raggiungono gli oceani dalle regioni costiere. Altri 0,075-1,1 milioni di tonnellate provengono da zone non costiere o dalle navi[1]. Si va da particelle molto piccole (nanoparticelle dai cosmetici, fibre di tessuti e pile) a oggetti di media grandezza come tappi e bottiglie, fino a pezzi più grandi come pneumatici o contenitori refrigerati. Attualmente la quantità di plastica negli oceani è stimata in 150 milioni di tonnellate[2]. La maggior parte proviene dal Sud-est asiatico, con Cina e Filippine in testa[3].
Questa plastica negli oceani è problematica sotto diversi aspetti:
- Minaccia per la fauna che la ingerisce
- Inquinamento dell’acqua e delle spiagge
- Spreco di materie prime plastiche
Quali approcci esistono?
Come affrontare il problema del marine litter? L’IEEP[1] propone una piramide di misure, in quest’ordine di priorità:
- Prevenire o ridurre la produzione di rifiuti che contribuiscono al marine litter – p. es. con il design del prodotto, la scelta dei materiali, l’efficienza
- Prevenire o ridurre l’arrivo dei rifiuti nell’ambiente marino – p. es. con la raccolta e la gestione dei rifiuti, compresi riutilizzo, riparazione, rigenerazione e riciclaggio, la responsabilità estesa del produttore (EPR)
- Raccogliere i rifiuti dall’ambiente marino – p. es. pulizia delle spiagge, «fishing for litter»
- Riciclare o fare upcycling dei rifiuti raccolti – p. es. in nuovi prodotti
- Recupero energetico
- Smaltimento finale
L’industria può agire anzitutto sul primo livello. Sono in corso diverse iniziative per progettare i componenti in plastica, soprattutto gli imballaggi, in modo favorevole al riciclaggio. Di queste iniziative note come «Design for Recycling» parleremo in un contributo separato.
Il secondo livello – l’assenza di infrastrutture per la gestione dei rifiuti – si colloca sul piano della politica e della cooperazione allo sviluppo.
L’iniziativa Waste Free Oceans
Se però la plastica è già finita negli oceani, occorre rimuoverla, poiché si degrada molto lentamente. A questo scopo l’associazione europea dei trasformatori EuPC – European Plastic Converters – ha avviato una partnership strategica con l’organizzazione Waste Free Oceans (WFO). Anche l’associazione svizzera Swiss Plastics è membro di EuPC.
Il motto della WFO è «we collect and upcycle ocean plastic». In collaborazione con i pescatori di tutto il mondo vengono raccolte e rilavorate le reti da pesca. Dalla materia prima così ottenuta si possono realizzare nuovi prodotti, pienamente nel senso dell’economia circolare.
Ma i rifiuti di plastica vengono raccolti anche sulle spiagge. L’organizzazione TerraCycle collabora con volontari in tutto il mondo e offre programmi di riciclaggio gratuiti. Quasi 64 milioni di persone partecipano a questi programmi[5].
Nell’estate di quell’anno è arrivato sul mercato mondiale il primo prodotto composto per il 25 % da plastica riciclata raccolta da TerraCycle sulle spiagge: uno shampoo di «Head and Shoulders» (Procter & Gamble), venduto in Francia nella catena Carrefour[6].
Anche in Svizzera diversi grandi magazzini e negozi di arredamento hanno introdotto misure di sostegno per liberare gli oceani da tonnellate di rifiuti. Con ogni prodotto venduto – per esempio la pattumiera di Brabantia – viene versato un contributo a «The Ocean Cleanup».
La dichiarazione «Declaration of the Global Plastics Associations for Solutions on Marine Litter»
Nel 2011, 69 associazioni di 35 Paesi – così come l’associazione europea dei produttori Plastics Europe – si sono impegnate in una dichiarazione comune a sostenere diverse misure contro il marine litter. Vi rientrano temi come la sensibilizzazione dell’opinione pubblica nei Paesi interessati, l’informazione, la messa a disposizione di dati e il sostegno a progetti di raccolta. Degna di nota è l’iniziativa «Zero Pellet Loss»: mira a evitare che lungo tutta la catena del valore i granuli finiscano nell’ambiente e quindi nelle acque[7].
Qualcosa si muove dunque per venire a capo del problema. Resta però molto da fare. Come trasformatori possiamo assumere la nostra responsabilità:
- impegnandoci nelle associazioni a favore dei progetti WFO;
- promuovendo l’impiego di plastiche Post Consumer Recycling (PCR), comprese quelle raccolte sulle spiagge;
- assicurando che dal nostro stabilimento nessuna plastica finisca nelle acque.
Serve però l’intera catena: produttori e trasformatori responsabili di materie prime, brand owner che confezionano i loro prodotti in contenitori di plastica PCR, consumatrici e consumatori che non si lasciano disturbare dal fatto che un imballaggio PCR non sia di un bianco perfetto e che, dopo l’uso, smaltiscono correttamente gli imballaggi o li conferiscono ai sistemi di raccolta.
Fonti
- [1] IEEP Institute for European Environment Policy, Plastics, Marine Litter and the Circular Economy, October 2016
- [2] Marine Litter, European Commission, Good Environmental Status, April 2017
- [3] Here’s where the Ocean’s trash comes from, National Geographic Magazine, April 2017
- [4] www.wastefreeoceans.org/fishingoceanplastic
- [5] www.terracycle.de
- [6] Press release, P&G’s Head & Shoulders Creates World’s First Recyclable Shampoo Bottle Made with Beach Plastic, 19 gennaio 2017
- [7] Marine Litter Solutions, Declaration of the Global Plastics Associations for Solutions on Marine Litter, 2011